Il doge
Giandomenico Romanelli
Ritratto del doge Foscari, Bartolomeo Bon (?), in marmo Carrara, Venezia, Palazzo Ducale; foto Fondazione Musei Civici di Venezia

Si è soliti dire che il doge viveva a Palazzo Ducale come in una sorta di ‘prigione dorata’. L’appartamento del doge e della famiglia (intendendo questo termine in senso lato) è sin dalle origini del Palazzo collocato nell’ala orientale dell’edificio, quella che ebbe a subire un disastroso incendio nel 1485 cui fece seguito la fastosissima ricostruzione che ancora oggi possiamo ammirare, almeno nelle strutture e nelle scelte d’ornato esterne e solo in termini assolutamente generali degli ambienti per quanto concerne gli interni che furono, come si sa, ripetutamente e frequentemente rimaneggiati. Un fatto piuttosto singolare a palazzo Ducale è dato dal fitto intrecciarsi in un unico immobile di funzioni diverse e, talvolta, tra loro difficilmente compatibili: quelle della rappresentanza ufficiale ai massimi livelli istituzionali anche nei confronti di ambasciatori o rappresentanti di stati esteri; quella giudiziaria con tribunali di vario genere e livello; quella punitiva con le prigioni nel sottotetto (i ‘piombi’) e nel piano terreno (i ‘pozzi’) ma anche in altri angusti siti del palazzo; ma, soprattutto, quella assembleare, rappresentativa e legislativa (Maggior Consiglio, Senato e altri organi ancora) e quella di governo, cioè esecutiva. Tutto contribuiva a fare di quest’edificio un simbolo e un manifesto e anche il doge, in tale ferrea e temperata prospettiva, sembra più spesso ricoprire un ruolo piuttosto che agire o interpretare delle scelte politiche: prigioniero di lusso di una gabbia dorata.