Raffaello Galiotto
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| Museo dell’Opera, “capitelli, archi e rosoni” rimossi nell’Ottocento dal Loggiato | |
So per esperienza che quando progetto qualcosa di "nuovo" ciò dipende da quello che ho visto precedentemente, sia per similitudine sia per negazione.
In questo modo la conoscenza di ciò che già c'è mi è a volte stimolo per evolvere progetti e a volte motivo di sconforto perchè sembra chiudere ogni altra possibilità di produrre buone novità.
E' con questo duplice sentimento che in questo progetto ho guardato al passato per raccontare il presente della pietra e le capacità delle aziende del Consorzio Marmisti Chiampo.
Ho scelto l'esempio più alto e forse più enigmatico, il Palazzo Ducale di Venezia che secondo Ruskin è "l'edificio centrale del mondo che racchiude in sè il romano, il longobardo e l'arabo in una proporzione assolutamente imparziale"
Questo palazzo di pietra si presenta a noi come gallegiare sull'acqua e per aggiunta al paradosso man mano che sale in altezza si appesantisce diminuendo le traforature fino alla parete policroma solo interrotta da alcune finestre e termina con una merlettatura lapidea.
Ciò che emerge prepotentemente è la pietra, bianca e rossa che si staglia sul filo del mare e si innalza leggera come una trina a sorreggere un arazzo a losanghe multicolore.
Dal suo aspetto esterno di facciata potrei, semplificando, identificare due modi di usare la pietra.
Uno scultoreo
che lavora il bianco d'Istria, lo trafora, lo scava per modulare la luce incidente in svariate tonalità di grigio fino al nero profondo dei vuoti e delle cavità interne. L'altro pittorico, bidimensionale che usa il colore per dipingere la superficie con vibranti tozzetti leggermente stonalizzati ora spenti dal tempo e sembra oggi l'effetto di uno schermo ravvicinato dai pixel ingranditi.
Una volta osservato attentamente queste pietre, gli effetti di luce e colore, le geometrie del disegno marmoreo, ho cominciato la mia progettazione.
Ho estrapolato le linee dall'insieme e con esse ho giocato ribaltandole, invertendole, scambiandole così facendo ho generato superfici, e volumi ed infine oggetti ed ambienti combinati e creati con i marmi disponibili e più idonei all'uso.
Tutti gli ambienti e gli elementi della mostra hanno infatti in se, sottintesi, la geometria, il colore, la materia che costituiscono il Palazzo.
"I Marmi del Doge" è un tentativo di tradurre queste suggestioni in ambienti contemporanei orientati all'ospitalità e all'accoglienza. Gli elementi che compongono le ambientazioni sono stati pensati con una logica di design industriale quindi riproducibili e funzionali, sempre e comunque accompagnati dalla unicità di un materiale naturale irripetibile: il marmo.
(Testo completo in formato pdf
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